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L’INTERVISTA. Michael Guttman, musicista, cittadino del mondo e anima di Pietrasanta in Concerto. Un racconto fatto di note, emozioni, scoperte, cultura. E molta Versilia

Da non perdere, Versilia

Fra i grandi festival estivi, Pietrasanta in Concerto è diventato un punto fermo. Con eventi  internazionali e musicisti di grande fama. L’anima di questo festival è Michael Guttman (foto sopra il titolo), grande violinista belga (è nato a Bruxelles nel dicembre del 1957), che con il passare degli anni ha fatto crescere questa manifestazione da lui fondata. Un appuntamento che nel 2014 ha portato l’allora sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni a consegnare l musicista le chiavi della città, per la prima volta nella storia della Piccola Atene versiliese di cui il musicista era già cittadino onorario. E in un’intervista Guttman parla del suo rapporto con la musica e con la Versilia, delle emozioni che la cultura produce e di Pietrasanta in Concerto. 

Pietrasanta in concerto è uno degli eventi clou dell’estate versiliese, ma non solo. Cosa rappresenta un avvenimento del genere per la Piccola Atene della Versilia?
“In generale la cultura porta sempre molto ad una città, penso ad esempio al Gugghenheim a Bilbao o al Festival di Salisburgo. La cultura è ciò che rende una città orgogliosa e fiera ed è ciò che ne aumenta il prestigio. Penso che il nostro Festival sia un tassello importante della dimensione culturale di Pietrasanta.  Quando abbiamo iniziato 12 anni fa, Pietrasanta era già una città d’arte, ma mi sono reso conto che la città e il festival sono cresciuti insieme in questi anni. Vedo che ci sono sempre più manifestazioni culturali, più ristoranti , più gente. Ho visto e vissuto questo cambiamento e questa crescita quest’anno è ancor più evidente”.

Quando ebbe l’idea di organizzare un Festival come quello pietrasantino, dove si esibiscono i più grandi musicisti internazionali?
“Il Festival è nato 20 anni fa quando ho visto Pietrasanta per la prima volta, ma il momento giusto è stato solo 12 anni fa. Si sa, un’idea deve prima crescere e radicarsi, si devono incontrare le persone giuste, trovare gli sponsor… Ma soprattutto ho dovuto attendere quel momento della mia vita in cui mi sono sentito pronto e disponibile, ho sentito di avere un bagaglio umano e culturale abbastanza importante per realizzare un evento di questo livello. Così, subito dal primo anno abbiamo trovato la ricetta giusta che non abbiamo mai cambiato di molto : musica da camera, orchestre da camera e crossover.
Gli artisti che vengono a Pietrasanta in Concerto si esibiscono tutti nelle più grandi sale da concerto del mondo: dalla Carnagie Hall di New York, alla Philharmonie de Paris dalla Royal Festival Hall a Londra, dalla NHK Hall di Tokyo solo per citarne alcune, così come in tutti i più grandi festival. Lera Auerbach ha collaborato, solo ad esempio, con la Berliner Philharmoniker, Boris Berezovsky con Tchaikovsky Symphony Orchestra di Mosca”.

Come riesce a convincere questi musicisti a venire a Pietrasanta?
“Il cibo, il mare, l’arte e le mie barzellette”.

Lei è l’ideatore e direttore del Festival, ma anche protagonista come musicista. Quali sono, secondo lei, i punti di forza del Festival? E’ soddisfatto del cartellone 2018?
“Il primo è l’acustica del Chiostro di Sant’Agostino. Il Festival prima di tutto si svolge in un luogo fisico che deve avere determinate caratteristiche. In musica l’acustica è fondamentale e quella del Chiostro è perfetta. Poi l’ambiente, ovvero la Città di Pietrasanta con la sua bellezza, e la programmazione che è sempre molto seria e divertente al tempo stesso. Suoniamo Mahler ma anche le variazioni di Star Wars.

Per quanto riguarda il cartellone rispondo che sì, sono molto soddisfatto. Quest’anno abbiamo una prima mondiale ed una prima europea. Ho ricevuto riscontri positivi da tutti gli artisti e sono soddisfatto delle nuove collaborazioni che abbiamo quest’anno con il Premio Paganini, con il Sion Festival e con i musici e il Coro dell’Opera di Parma”.

Lei è belga, musicista e cittadino del mondo. Cosa consiglia ad un giovane che oggi voglia intraprendere una carriera musicale?
“Lavorare tanto non basta. E’ molto importante avere una personalità ricca. Non è sufficiente essere un musicista che conosce solo la musica. Bisogna conoscere anche la letteratura, le lingue, il mondo, la psicologia. Questo è molto importante per i rapporti che si stringono. Ricevo tante domande di giovani che vogliono partecipare al festival e la prima impressione che ricevo è molo importante: non è solo il modo di suonare o la tecnica; è molto importante anche sapersi presentare scrivendo con uno stile elegante, senza errori di grammatica o di ortografia. Anche questo fa parte del lavoro di un musicista”.

Secondo lei, per quanto riguarda la musica, conta di più la passione o la tecnica? E quali sono le doti che un musicista – scusi il gioco di parole – deve possedere per diventare un buon musicista?
“La passione è qualcosa di troppo generico che non fa parte del lavoro. Mettere al primo posto la passione è molto pericoloso. Bisogna prima capire il lavoro. La musica è come la letteratura: prima si deve capire il testo, le parole e poi si mette la propria emozione. La tecnica è come i soldi. Quando se ne hanno tanti si possono spendere in cose brutte o inutili, oppure per aiutare gli altri, amici, famiglie. Così la tecnica deve essere ben utilizzata, deve essere al servizio del processo che porta le idee del compositore al pubblico. I musicisti sono come dei medium che entrano nell’anima di un compositore per capire il suo messaggio che ci arriva non solo attraverso le note, ma anche al contenuto più profondo di una partitura”. (Testo a cura di Elisabetta Arrighi)

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