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L’estro di Thayaht… Maria Grazia Chiuri propone per Dior la tuta in denim ispirata a quella del 1920 (con fotogallery)

Moda e Artigianato

di ELISABETTA ARRIGHI

Ho scoperto in maniera più approfondita Thayaht qualche anno fa a una bella mostra nelle sale del Museo Ferragamo di Firenze. Era una di quelle esposizioni a tema dedicate al fondatore della maison, Salvatore Ferragamo, il calzolaio delle dive di Hollywood. Ovvero un artista che ha studiato scientificamente la struttura del piede, per poi costruire su di essa dei piccoli capolavori di creatività e di stile. Nella mostra si citava Thayaht per il disegno della tuta, che lui – Ernesto Michahelles, nato a Firenze ne 1893 (morto a Marina di Pietrasanta nel 1959), disegnatore, inventore, fotografo, architetto, pittore, scultore, orafo, Futurista…,  – inventò (dopo essere stato a Parigi ed aver collaborato con l’atelier Vionnet) insieme al fratello Ram fra il 1919 e il 1920. Un abito “sconvolgente” per l’epoca, perché veniva presentato come l’abito per tutti e adatto a tutti, raccogliendo in sé il concetto di giacca e pantaloni, in alcuni casi con una cintura a strizzare la vita. Con il lancio della tuta – che avvenne attraverso il quotidiano “La Nazione” di Firenze – nacque anche lo pseudonimo Thayaht, inizialmente scritto Tayat, in entrambi i casi parola palindroma.

La tuta, dopo Thayaht, diventò abito da lavoro. Come – nell’immaginario collettivo – lo è ancora oggi. Usata in particolare dai meccanici, ma non solo. Anche se quel modello iniziale progettualmente geometrico, è stato a più riprese adottato dalla moda, quella delle maison del lusso e delle passerelle. Nelle ultime due stagioni il jumpsuit, come dicono gli inglesi, è stato un capo presente in quasi tutte le linee moda. E di moda lo sarà anche nell’autunno/inverno 2017/2018 che arriverà prossimamente.

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Su tutti svetta, non solo per la pubblicità che in queste settimane compare sulle riviste di moda più importanti, la tuta che Maria Grazia Chiuri, talento italiano approdato alla maison Dior (prima donna direttore creativo del brand, italiana come lo era Gianfranco Ferré negli anni Ottanta quando fu chiamato in Avenue Montaigne a Parigi), propone “scolpita” nel denim, all’interno di una collezione dove il tessuto jeans è uno degli elementi forti e caratterizzanti (nella foto sopra il titolo pubblicità di Dior comparsa sul numero agosto 2017 di “Amica”). Blu indaco, con le classiche impunture, visione ruvida che si scioglie nella morbidezza dei tessuti utilizzati. Ed ecco che la tuta di Thayaht, rivisitata in maniera contemporanea e femminilizzata, diventa uno dei capi-icona della collezione invernale. Gamba larga, orlo alla caviglia, tasconi e una cintura in vita da strizzare con la fibbia metallica. Da indossare con décolleté con tacco stiletto, calze velate nere, basco sbarazzino. Nella collezione esistono anche alcune varianti del capo per quanto riguarda lo stile, ma la sostanza è la stessa.

Bravissima Maria Grazia Chiuri a trarre ispirazione da quel capolavoro artistico che fu la tuta di Thayaht, che viene di nuovo risucchiata nel mondo dell’arte. Perché Chiuri, nel suo lavoro di stilista capace di coniugare eleganza, chic, elementi del passato (gli archivi Dior sono a portata di mano), contemporaneità e tecnologia lanciando anche messaggi sociali, ha (ri)creato un abito destinato a entrare nei musei della moda.

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