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IL MESE DI PUCCINI. Riflessione sulla maturità del Maestro. Un articolo del critico musicale Fulvio Venturi

Da non perdere, Lucca, Versilia

Dal 29 novembre al 22 dicembre: in queste due date sono racchiusi “i giorni di Puccini”. La prima è quella della morte, avvenuta a Bruxelles nel 1924, la seconda quella della nascita a Lucca. Un periodo nel quale, ogni anno, sia la città natale sia Torre del Lago dedicano al compositore una serie di eventi, come sta accadendo anche in questo 2017. Nell’articolo (a seguire)  del critico musicale Fulvio Venturi una riflessione su Giacomo Puccini.

di FULVIO VENTURI

L’anniversario della scomparsa di Giacomo Puccini, avvenuta come sappiamo a Bruxelles il 29 novembre 1924, ci offre la possibilità di una riflessione. Come fu la maturità di Giacomo Puccini. Molto probabilmente quella di un uomo amareggiato.

Cento anni fa, alla soglia dei sessant‘anni, Puccini viveva una guerra che mai avrebbe voluto. Non che si sentisse filoaustriaco o filogermanico come qualcuno adombrava, ma sicuramente la sua cultura musicale era wagneriana e a Vienna come a Budapest o a Berlino contava molti amici, persino degli interessi. La guerra era giunta per scombinare un accordo riguardo «La Rondine», che nasceva come operetta con proposta, capitali e persino libretto in lingua tedesca. Puccini, preso da dubbi, aveva dovuto cambiare progetto. Non più operetta, ma opera in lingua italiana, non più Vienna ma Monte-Carlo, territorio neutro, il luogo di rappresentazione. Successo risicato alla prima rappresentazione nel marzo 1917, ma quando portò l‘opera in Italia, prima a Bologna e poi a Milano, non alla Scala, ma al Dal Verme, fu come se gliela facessero pagare. Opera fiacca, opera smorta, opera ibrida. Né operetta, né opera.

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Il Trittico: “Il Tabarro”, “Suor Angelica, “Gianni Schicchi” (1918)

«La Rondine» volava con un pesante piombo nell‘ala, quello della nascita austriaca. Puccini se la prese moltissimo, tanto da ritardare il lavoro sulle tre nuove opere in un atto che stava ultimando per il Metropolitan di New York, «Il Tabarro», «Suor Angelica» e «Gianni Schicchi», ovvero Il Trittico come popolarmente saranno poi chiamate una volta riuniute. “Maledette opere, come le odio” pare abbia esclamato in qualche caso, attanagliato dall‘ansia di concludere. Il Trittico andò poi in scena a New York nel dicembre 1918. La guerra era finita, ma l‘Europa era distrutta, dilaniata, e il peggio doveva ancora venire. Toscanini non era piú al Met e Puccini dovette accontentarsi di un direttore quasi di ripiego, Roberto Moranzoni, bravo certamente, ma non tale da avere la forza di trascinamento del “Mago”, non tale da creare da solo il successo, e per di più allievo dell‘amico-rivale Mascagni. Puccini a New York non ci andò nemmeno, a differenza di quanto aveva fatto nel 1910 per «La Fanciulla del West». Successo risicato anche in per il Trittico. Non le critiche aperte come alla «Rondine », ma neanche elogi sperticati. Puccini reagì malamente. Cambiò due volte il finale de «La Rondine» per poi ripensarci e tornare ai santi vecchi, alzò la tonalità di intere parti del  «Tabarro» e di «Gianni Schicchi», sostituì per intero anche il finale del «Tabarro» stesso (sacrificando un’aria che sembrava aver scritto per se stesso, “Scorri fiume eterno”) ed operò infiniti rimaneggiamenti, tagli, aggiustamenti, riaperture, sul corpo di «Suor Angelica».

Inquieto, preso dallo spleen, vagava per l’Europa, dietro all’arte ed all’amore. Persino la casa sul lago, a Torre, soffocata dalle torbiere, non lo soddisfaceva più, non gli offriva più riposo, né divertimento. Ne fece costruire una principesca a Viareggio, modernissima, d’una fine eleganza orientaleggiante tardo-liberty, piena di comfort. Decadente. Sarà la casa della malattia.

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E “Turandot”? Ricevuta da Simoni e Adami la prima stesura del libretto, riguardante solo il primo atto, si mette a comporre nel gennaio 1921. Contemporaneamente chiede adeguamenti continui ai suoi librettisti. Il primo atto è praticamente concluso e strumentato ad agosto. Un fatto insolito per Puccini che in genere correggeva e correggeva il proprio lavoro indefessamente alla ricerca della perfezione. In questo caso è come se la perfezione l’avesse raggiunta in prima battuta. E la volontà di concludere che mai lo aveva attanagliato in questo modo, anzi. Va bene, c’era il contratto da rispettare con la Scala, ma anche questo non era un problema. Forse era presago. Si sentiva stanco, la gola bruciava. E insieme chiedeva cambiamenti al terzo atto in modo pressante, tanto che i librettisti ad un bel momento cessano di rispondergli. In seguito a quel silenzio qualcuno persino adombrò dei dissapori fra lui e Simoni, un gap mai colmato fra i dandies della cultura «alla d’Annunzio» e lui che certe finezze letterarie non le aveva mai apprezzate. Di sicuro l‘idea di concludere « Turandot » al secondo atto si affacciò alla sua mente, così come l’idea di recedere dal contratto con Ricordi, restituire il denaro e non fare più di nulla. Ma queste idee albergavano pur sempre accanto alla necessità mai sopita di trovare quella melodia “insolita” per l‘impossibile situazione scenica nella quale la protagonista si scopre innamorata accanto al cadavere di una schiava suicida per amore.

Il resto lo sappiamo. La malattia, il papilloma alla laringe, la ricerca di una cura, di un chirurgo che desse un taglio alla sua gola, la clinica di Bruxelles con gli abbozzi del finale di “Turandot” in valigia. Poi l‘intervento e il precipitare delle sue condizioni, la febbre, la sete, il delirio. Non sappiamo invece che cosa sia passato davanti agli occhi di Puccini in quei giorni. Forse vide la fine della nuova opera, forse rivide la giovinezza, le tante donne della sua vita, ora sotto le sembianze di Manon, di Mimì, di Tosca, di Minnie, di Magda, delle sue eroine. Forse le ombre lunghe sul lago all‘imbrunire con le folaghe che si levavano in volo a stormi. Forse un‘ombra più lunga di tutte, quella di una ragazza annegata, accanto alla moglie possessiva e incombente. Sogni, simboli. E una matita e un foglio per segnare gli appunti conclusivi. “Elvira, povera donna” fu l‘ultimo biglietto da lui vergato prima di morire. Elvira, la moglie. Il Puccini che non ti aspetti.

 

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2 comments

  • Particolarissima questa presentazione degli “ultimi tempi” di Giacomo Puccini. Più che un articolo, una rimembranza convissuta, quasi che le ultime lotte sfibranti avessero inciso nell’animo di Venturi una dolente tristezza. Tecnicamente si chiama empatia. umanamente umiltà nell’accogliere. Più che un complimento, questo excursus merita un abbraccio.

  • Bell’articolo, conciso ma puntuale ed accurato; in poche battute incontriamo non solo il maestro ma l’uomo con le sue paturnie e le sue incertezze da professionista. Veramente un bel pezzo Fulvio Venturi. Puccini è lì davanti ai nostri occhi, è come se tu avessi girato, con pochi tocchi ma di grande efficacia, il film dell’ultima fase della vita di Giacomo. Ottimo davvero. Grazie a nome di tutti i fan del genio toscano.

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