29313105_1627281720687582_5255862788487643136_n

Ferragamo (padre e figlio), Il Borro, il vino e la galleria d’arte (curata da Martina Becattini) con la nuova mostra “Alchimie tra terra e cielo”

Da non perdere

di CHIARA MARTINELLI

Il Borro, azienda vitivinicola toscana di proprietà di Ferruccio Ferragamo, ha inaugurato una nuova raccolta di incisioni ed opere d’arte contemporanee che vanno ad arricchire la Galleria Vino & Arte curata da Martina Becattini e situata all’interno della Tenuta. Uno spazio che a dieci anni dalla sua apertura vuol essere un forte richiamo e coinvolgimento del visitatore nella cultura del vino, dell’arte e della natura che lo accoglie. In quest’ottica s’inserisce la mostra inaugurata di recente dal titolo “Alchimie tra terra e cielo”: un concept che raccoglie nella collezione di famiglia i più vari riferimenti alla vita nei campi, alle fasi salienti della vendemmia e del suo elemento per eccellenza, il vino. Dal simbolismo lirico di Marc Chagall, al verismo di Giovanni Fattori, alla più recente raccolta del fiorentino Saverio Manetti che ingombra la parete di una delle sale principali con la “storia degli uccelli, un’imponente opera di volatili variopinti che vivacizzano l’atmosfera con le loro piume sapientemente dipinte.

Ed è su questo sfondo che Ferruccio Ferragamo, accompagnato da tre dei suoi sei figli, ha introdotto le nuove installazioni: Covo-Nius, Adozione e We only drift here with the rest. Sono opere realizzate da Eva Sauer e Pamela Gori, in particolare Covo-nius unisce l’esperienza artistica di entrambe e ha il potere assoluto di coinvolgere direttamente il visitatore. Un concetto questo che ritroviamo anche nella natura stessa, la possiamo ammirare, ne possiamo godere la bellezza ma talvolta ne siamo coinvolti e sopraffatti.

ferruccio e salvatore_marcobadiani_1 – Copia

La storia del vino è anche questa: la terra si tocca con mano, si coltiva, si subisce nelle sue infinite metamorfosi e si dà infine vita al vino come suo prodotto finito. Tutto ciò nel rispetto religioso di essa e della sua genuinità: per cui il biologico a Il Borro non sarà mai una natura alterata artificialmente.

Ne abbiamo parlato con Salvatore Ferragamo amministratore delegato dell’azienda vitivinicola.

Il Borro dal 2015 ha ottenuto la certificazione biologica ma la filosofia bio è una “fede” che Ferruccio Ferragamo e i suoi figli sembrano aver abbracciato fin dai primi restauri del Borgo: è evidente nell’assoluto rispetto che è stato mantenuto per la sua struttura originaria e la natura che lo accoglie.

“Un atto di fede che dura nel tempo” così mio padre Ferruccio Ferragamo descrive la sua passione per questa tenuta fin dal primo istante, passione che poi lo ha portato ad acquistarla nel 1993. Da quel momento in poi abbiamo avviato un’importante attività di ripristino, restauro e messa in opera della tenuta che continua e si rinnova anche oggi. ll Borro si concentra da sempre su una filosofia sostenibile, nella nostra proprietà produciamo energia elettrica pari a 2 MWh annuali attraverso i nostri pannelli fotovoltaici introdotti nel 2011. Questi pannelli solari contribuiscono a un risparmio di 930 tonnellate di CO2 in un anno, equivalenti a 225 volte il giro del mondo in macchina. La terra è coltivata secondo i principi dell’agricoltura biodinamica che sostituisce i prodotti chimici con i corno letami, le tisane di erbe e selezionati processi di concimazione naturali. Lasciamo che la natura faccia il suo corso, accompagnata dalla presenza dei nostri esperti agronomi ed enologi, pronti ad intervenire nel miglior dei modi per ottenere sempre prodotti di primissima scelta e qualità, come le verdure dell’Orto del Borro, uno dei progetti condotti a partire dal 2014 da mia sorella Vittoria Ferragamo, l’olio e miele biologico. E’ una filosofia che coinvolge tutta la vita della tenuta, dall’accoglienza, alla ristorazione, agli spazi benessere, che trova il suo naturale connubio con la storia e le tradizioni del Borro anche attraverso la produzione del vino. I nostri vigneti crescono sulle colline del Valdarno ai piedi del monte Pratomagno, territorio ideale per la produzione di vini d’eccellenza grazie alle condizioni pedoclimatiche uniche. La fattoria, distribuita su 700 ettari, coltiva le vigne secondo principi di tradizione, natura e sostenibilità”.

  • Come si esprime il biologico nella produzione vitivinicola e quali sono le etichette di punta?

“Il risultato di tanto impegno trova la sua espressione nelle etichette che produciamo, ormai conosciute in tutto il mondo e oggetto di prestigiosi punteggi e premi dalle Guide italiane e internazionali. Ecco i nostri vini: Bolle di Borro – 100% Sangiovese – Rosé Metodo Classico; Il Borro – 50% Merlot, 35% Cabernet, 10% Syrah, 5% Petit Verdot; Alessandro Dal Borro – 100% Syrah; Pian di Nova – 75% Syrah, 25% Sangiovese; Lamelle – 100% Chardonnay; Occhio di pernice Vin Santo del Chianti – 100% Sangiovese. Il flagship wine è Il Borro, un vino dal blend energico e ricercato, che sa regalare grandi soddisfazioni nel tempo, mentre Alessandro dal Borro è ottenuto da Syrah in purezza, si presenta solo in versione magnun da 1,5 litri, rappresentando la punta di diamante della nostra produzione vinicola. I vini dove abbiamo concluso la conversione biologica sono: Petruna 2016, 100% Sangiovese in anfora, Borrigiano Valdarno di Sopra DOC 2016, Syrah, Merlot e Sangiovese, Polissena 2015 100% Sangiovese e Rosé del Borro 2017, 100% Sangiovese. Anche l’annata 2015 della nostra Grappa del Borro 100% Petit Verdot è biologica”.

————

Tornando alla Galleria Vino & Arte, con Pamela Gori ed Eva Sauer abbiamo voluto capire il significato delle rispettive opere, nonché l’installazione realizzata assieme, Covo-Nius, mentre ad Erica Romano abbiamo rivolto alcune domande sul testo critico di cui è autrice.

Questo slideshow richiede JavaScript.

  • Com’è nata l’idea di concepire assieme un’installazione e perchè avete scelto “il nido” – Covo-Nius?

“Il progetto Covo-Nius è nato successivamente all’esperienza conseguita durante i workshop di land-art che abbiamo ideato per le scuole negli ultimi due anni. Dopo una lunga serie di riflessioni sia personali che professionali emerse durante i nostri incontri, abbiamo sentito l’esigenza di raccontarci attraverso la realizzazione di un’opera che portasse in se l’idea di un percorso di condivisione intrapreso insieme, fatto di similitudini e talvolta di contrasti. Il covo / nido ci sembrava perfetto perché poteva fungere da contenitore e incubatore per tutte le nostre riflessioni . Da qui l’idea di ricreare a dimensione d’uomo, un nido-scultura, traendo ispirazione da ciò che esiste e viene creato costantemente in natura”.

  • Cosa rappresenta le vostre rispettive esperienze artistiche? C’è un’esperienza in particolare che vuol trasmettere o che vorreste fosse vissuta da chi la osserva e la vive?

Eva: “Nel mio lavoro combino spesso il linguaggio fotografico con parole e sculture. Il tema principale dei miei lavori è la diversa, spesso sottile, applicazione della violenza e le paure e le perdite collettive. Covo-Nius per me è una sorta di antidoto contro questi temi destabilizzanti, è un “rientrare nella foreste felici della mia infanzia” avendo passato il più bel tempo della mia vita nei boschi in libertà totale, ma responsabile, condivisa con gli amici”.

Pamela: “Negli ultimi anni mi sono particolarmente avvicinata ad un tipo di arte che predilige la partecipazione e incoraggia le relazioni tra persone attraverso dispositivi di co-creazione. In questo caso, la realizzazione del nido è stata un’azione performativa work in progress che ha messo in gioco dinamiche di partecipazione e interazione con il pubblico, attraverso un open call, e successivamente in modo diverso per la fruizione dell’opera a lavoro finito, sia come esperienza intima che come esperienza collettiva.

Eva e Pamela: Covo-Nius è prima di tutto metafora di rifugio primordiale, infatti si presenta come un involucro protettivo, avvolgente e incoraggiante, che dona calore, nutre e accomuna le persone che vi entrano, evocando scenari di focolare domestico. Come scelta sia strutturale che estetica, l’opera porta in se aspetti di ambivalenza: da una parte l’immagine chiusa oscura e concava del covo e dall’altra quella avvolgente e protettiva del nido. Ed è questa ambivalenza che ci spinge all’ascolto di ciò che potrebbe accadere dentro e fuori il nostro universo interiore. Un continuo ripetersi tra “stare dentro” e “stare fuori” dove la relazione tra esterno/interno si alternano, passando dalla necessità di relazionarsi con il mondo fuori, al ritrarsi come prender pausa da un quotidiano frenetico sovraccarico di stimoli eccessivi ai quali siamo costantemente esposti. L’atto di ritrarsi, in taluni casi può stimolare l’incontro con le proprie inquietudini, paure e insicurezze, evidenziando la natura duale dell’esistenza, dalla quale però è possibile attingere, in una continua alternanza tra regressione distruzione e ricostruzione.
La natura del Covo-Nius è quella di risanare, creare un altro luogo (Eterotopia) per uscire dal quotidiano ed ascoltare noi stessi, quindi il covo, diventa incubatore di nuove idee, avviando un processo creativo/alternativo, che prende forma una volta portato all’esterno”.

Cantina storicaIl Borro ha intrapreso la strada del biologico, ottenendo la certificazione nel 2015. E’ una vera e propria cultura che si esprime non solo nell’aspetto materiale della produzione aziendale ma in uno stile di vita. Qual’è il vostro approccio in tal senso e quali sono le contaminazioni nelle vostre espressioni artistiche?

Eva: “Il mio lavoro “We only drift here with the rest“ consiste in una foto che rappresenta una donna che succhia avidamente da degli artefatti di terracotta; l’ immagine è incastonata in una scultura-piramide mozza. La piramide rappresenta da sempre il contatto tra terra e cielo. L’ uomo, come tutti gli esseri viventi é legato inconfutabilmente alla terra, intesa come pianeta, come territorio, radice culturale, generatrice di vita e finalmente la terra contiene risorse senza le quali l’ uomo non avrebbe potuto svilupparsi fino ad diventare l’ essere odierno. Essa ci ricorda, in tutta la sua complessità, che siamo solo viaggiatori per un tempo determinato, dopodiché ci riassorbirà e trasformerà anche noi in altro”. Intorno alla scultura-fotografia si schierano i vasetti contenenti le varie terre de Il Borro. Un omaggio a chi coltiva con attenzione la terra, applicando le regole dovute, con una biodiversità complessa. Infatti le terre dei vari vitigni raccolte dei contenitori si differenziano per consistenza e composizione. Due vasi sono vuoti in segno di buon auspicio per il lavoro iniziato in questa direzione…Sono da sempre sensibile a questi temi essendo cresciuta in campagna in stretto contatto con la natura. Il mio lavoro infatti narra, oltre alle questioni riportate prima, anche della perdita di libertà e affronta I problemi dei reati ambientali, che rientrano a pieno tra i trauma collettivi, si pensi alle terre dei fuochi”.

Pamela: “Quando ci è stato chiesto, di estendere il lavoro oltre al nido, anche con altre due opere che toccassero gli argomenti di cui sopra, è stato un modo per me di tornare con la memoria alle mie origini. Sono cresciuta in una casa di campagna, mio nonno possedeva dei terreni con dei vigneti – uno spaccato di infanzia e adolescenza che influenza da sempre il mio stile di vita – e come Eva, ho sviluppato una certa sensibilità nei confronti di certe tematiche, tra l’altro oggi sempre più urgenti e attuali”.

  • Parliamo della performance sonora di Samantha Oortmood: perchè l’esigenza dell’ascolto all’intero del nido?

“Abbiamo concepito Covo-Nius noi due insieme, nell’arco di un tempo piuttosto lungo, e successivamente chiesto a Samantha di creare un particolare tipo di suoni che riflettessero l’ intimo, il nascosto, la tana, la casa, per dare maggiore forza all’ opera e stimolare il fruitore a sostare all’interno della scultura. Lei ci ha dato forse più di quanto potevamo sperare, una traccia che è in costante mutamento e si sviluppa nell’arco di 45 minuti, attraverso l’utilizzo di frequenze, suoni e vibrazioni, cadenzate dai nostri respiri e parole appena sussurrate, che stimolano una modalità altra di ascolto, con l’intento di guidare le persone in una dimensione più intima e selvaggia allo stesso tempo. Poi c’è stato il contributo di Erica Romano che ha scritto un testo brillante, cogliendo esattamente a pieno lo spirito del progetto in tutta la sua complessità”.

Erica, tu hai lavorato alla stesura del testo critico dell’opera d’arte: puoi spiegare qual è stato nello specifico il tuo lavoro per Covo–Nius?

“Scrivere un testo critico significa operare una sorta di traduzione, ovvero esprimere nel linguaggio verbale ciò che l’artista in sé genera manifestandolo nel visibile. Il testo si presenta così come un elemento mediano fra la realtà dell’opera e colui che vede, osserva percepisce. Il contenuto del testo anzitutto descrive il visibile, offrendo una lettura che invita a cogliere il senso dell’opera stessa attraverso una parola che tocca tanto l’intelletto quanto la sfera sensibile. Ne consegue che il testo critico non è protagonista e non può sostituire la visione personale dell’opera, ma ne è tuttavia l’ausiliario, fornendo spunti o chiavi di lettura per aprire e completare ciò che l’opera rappresenta e che intimamente cela e porta con sé sotto lo strato di molte possibili apparenze. Oltre a tali compiti, nel caso di Covo-Nius ho avuto il piacere di seguire l’intero progetto, dal concepimento dell’idea alla nascita, fino alla soluzione a tutti nota, partecipando alle molte fasi creative e ai delicati passaggi del processo artistico, offrendo ascolto e consiglio alla maturazione dell’idea verso il suo esito formale”.

  • Qual è stato l’aspetto che più ti ha colpito di questo lavoro con Pamela ed Eva, e se è stato difficoltoso tradurre e unire le idee e la creatività di due artiste.

“Lavorare con Pamela ed Eva è stato entusiasmante, poiché amo personalità all’apparenza così divergenti, potendone poi scoprire gli aspetti convergenti, ossia quei punti di contatto basilari che consentono di condividere un progetto comune, uno scopo o un sogno al di là delle difficoltà che ci intimerebbero di non imbarcarci mai nell’impresa. Il tentativo di armonizzare le loro idee e propositi, è stato possibile solo condividendo con loro il mio tempo, il mio pensiero e la mia semplice manodopera, mettendo da parte eccessivi protagonismi e ruoli di primato: per mettere in opera un lavoro comune occorre saper fare spazio e offrire qualcosa di noi che l’altro possa prendere e viceversa. Un binomio lasciare-ricevere, dunque, che Covo-Nius ben rappresenta, nel suo essere esempio (o pretesto anche), che nasce dalla tessitura di infinite scelte e relazioni. Nella mia esperienza ciò ha significato uno stare accanto alle artiste e a quanti hanno collaborato, sentendone pensieri ed emozioni, osservandone i gesti e le intenzioni, potendo così dare il mio contributo critico come elemento, parte di un tutto, che per essere costruito ha richiesto pazienza, delicatezza e al contempo volontà, determinazione e profondissima cura delle molte relazioni umane che intorno ad essa si muovono”.

  • Quali sono i progetti futuri per entrambe e i “works in progress”?

Eva: “L’ anno passato ho pubblicato con la casa editrice Gli Ori il libro “A meditation on violence”che come soggetto ha le trame del potere che si manifestano attraverso l’ architettura, ora vorrei portare a termine il lavoro su temi legati ai reati ambientali, radunandoli nuovamente in una pubblicazione. C’è a tal proposito una mostra in corso, curata da Pietro Gaglianò alla Galleria SRISA in Via San Gallo a Firenze che tratta la questione delle “navi a perdere”, navi cargo che vengono affondate dalla malavita con carichi di rifiuti tossici, pericolosissimi per la salute di qualsiasi essere vivente e il quale stoccaggio, anche sotto forma legale, rappresenta un grosso problema. Per quanto riguarda le collaborazioni: dopo la mostra “SKŪMAZ, a metastable state” con le artiste Rachel Morellet, Valentina Lapolla e Tatiana Villani continiamo ad indagare il concetto di metastabilità per BAU OUT con Manifesto: opera metastabile reagente al calore”.

Pamela: “Il mio lavoro è articolato e complesso e tocca ambiti differenti, ma complementari tra loro. Da anni mi occupo attraverso la mia associazione culturale, Artforms, insieme alle altre due fondatrici Rachel Morellet e Dominique Morellet, di progettazione artistica culturale. Abbiamo uno spazio a Prato nel quale invitiamo artisti sia italiani che esteri a esporre e a collaborare insieme a noi. Inoltre abbiamo instaurato rapporti con altre realtà associative artistiche nella nostra città e fuori, partecipando e in taluni casi organizzando festival di arte contemporanea. L’ultima collaborazione è stata con Il Nesxt festival a Torino, dove i responsabili ci hanno invitate a esporre i nostri progetti in occasione di Artissima Fair. Poi c’è il proseguimento del mio lavoro “Adozione” per Il Borro che durerà fino al prossimo autunno e che si concluderà nel periodo della vendemmia. Sempre in ambito artistico vorrei riuscire a trovare il tempo di recuperare un progetto fotografico che troppe volte ho ripreso e poi messo da parte, forse ora è giunto il momento di spingerlo, ma essendo ancora in fase embrionale, non posso ancora svelare niente”.

Lascia un commento

+ 78 = 84